La famiglia Bayliss conduceva una vita tranquilla, magari non agiata, però avvolta da un clima di grande e invidiabile serenità. I soldi erano pochi, il necessario per pagarsi un’abitazione e riempire il frigorifero. Kim se la cavava bene nelle vesti di addetta alle vendite in un negozio di gioielli, Troy era un carrozziere e ristrutturava automobili, anche se preferiva le motociclette. Al braccio, al collo e sulle mani di lei pochi monili, fede matrimoniale a parte. Era elegante Kim, nel suo tailleur tutto stretto, sobrio e mai provocante. Lui, invece, era intutato come una giubba blu, si muoveva con una bicicletta e a ogni pedalata si potevano notare i calzini bianchi fare a botte con il mocassino nero, in un perfetto “matrimonio pugliese style”. L’impegnativo mezzo di locomozione era utile per ciò che gli serviva: recarsi a lavoro e mantenersi in perfetta forma.

Come se saltare su e giù e attorno a una vecchia Holden da ristrutturare non bastasse a renderlo magro, agile, tonico. I luoghi preferiti dagli sposini erano le assolate e sabbiose spiagge di Taree, non “commerciali” e di grido quanto quelle della super nominata Gold Coast, ma comunque belle e piacevoli, ideali per rilassarsi. L’apparente calma, però, giorno dopo giorno era messa a repentaglio da un forte richiamo, più che altro, da una vera passione.

Paolo Ciabatti: “Troy Bayliss è stato il ducatista per eccellenza”

Il richiamo della velocità


Troy non ce la faceva più. Dannazione. Vedersi sfrecciare davanti ai suoi occhi blu quella Kawasaki verde, rappresentava una provocazione, un richiamo alle armi. L’istinto corsaiolo del non più giovanissimo stava prendendo il sopravvento. Del resto, si trattava di una reazione normale: immaginate di imbrigliare Mike Tyson in una silenziosa e comoda camera di hotel e vedrete cosa produrrete. Una macchina da guerra che, una volta liberata dalla prigionia, è pronta a sparare raffiche di colpi. Il primo colpo messo a segno da Bayliss fu l’acquisto di una Kawasaki ZXR 750. Impossibile per un passionale come lui resistere alla tentazione di possederla e il negozio in cui perfezionò l’affare la sfoggiava in vetrina, davanti ad altri invitanti modelli. Il passo successivo, e inevitabile, avvenne con l’iscrizione al campionato nazionale, del resto le spese da affrontare per la preparazione della moto erano, nonostante tutto, contenute. La voce più pesante del budget era costituita dai viaggi. L’Australia è un continente, spostarsi da Eastern Creek a Oran Park richiedeva soldi per il gasolio, ore di tempo e di navigazione. E fatica. Ma i buoni risultati lo incitavano a continuare, rinunciando qualche volta alle ormai classiche gite al mare.

Un bel giorno, arrivò a casa una telefonata dal responsabile del Team Suzuki Ansett Air Freight: “Troy, che fai? Prepara tuta, casco, stivali e guanti. Si va a Phillip Island. Il Mondiale ci aspetta”. Bayliss rivelò in seguito il suo pensiero, tutt’ora censurabile ma comprensibile. “C...., arrivo subito! Kim, prepara la valigia, devo andare a guidare una GSX-R nel mondiale Superbike”. John Kocinski ancora lo ricorda. Povero Little John: non gli bastò vincere sull’acqua la prima manche da neopilota Honda. Dopo la replica del compagno di squadra Aaron Slight, ecco l’onta di subire un sorpasso all’esterno, in un velocissimo e scivolosissimo curvone in contropendenza: “Mah, non ci stavo capendo niente. Credo sia stata una wild card australiana a superarmi così. Mi sa che era quel Bayliss. Io avevo tutto da perdere, lui meno”. Avrà avuto anche poco da perdere, Troy, pochi giorni prima del 28° compleanno, ma due quinti posti in mezzo a gente come il già citato (e poi campione) Kocinski, Simon Crafar, Akira Yanagawa, Colin Edwards, Scott Russell, Pierfrancesco Chili, James Whitham e ovviamente il Re, Carl Fogarty, gli valsero una seconda telefonata.

La chiamata per il Mondiale


Era l’autunno 1997, qualche mese dopo la memorabile impresa: “Ehi Troy, a casa tutto bene? Perfetto. Dai, metti nella borsa stivali, tuta, guanti e casco. Si riparte per il Mondiale”. Bayliss non rimase stupito dalla chiamata alle armi. Più che altro, si chiese perché il team manager Molenaar avesse elencato il vestiario da portare in un ordine dissimile da quello propostogli mesi addietro. Ognuno ha i suoi gusti. Michael Doohan – e non soltanto lui – rimase a bocca aperta. La RGV 250, messa insieme con filo e rattoppi, con il dannato Aussie volava. D’accordo, Ralf Waldmann e Max Biaggi con le Honda – a giocarsi il titolo in quell’ultima gara a Phillip Island – erano di un altro passo, ma Olivier Jacque, Takeshi Tsujimura e Tetsuya Harada dovettero difendersi dagli attacchi scatenati del numero 30, che perse la volata per il podio anche per una palese inferiorità tecnica manifestata soprattutto in rettilineo. Perché in curva, non ce n’era per nessuno, chiedete a Stefano Perugini, rimasto battuto con la sua Aprilia ufficiale in quella battaglia a cinque. Troy, però, tornò a casa non soddisfatto. Lui desiderava salire sul podio, di fronte alla sua gente. Lui voleva battere gli avversari dotati di un mezzo superiore. Lui anelava un posto fisso nel Mondiale. Lui era in cerca di ingaggi.

Nell’inverno del 1998 un ingaggio gli fu proposto. Se nelle situazioni precedenti un piccolo trolley era sufficiente per raggiungere Phillip Island, dopo la telefonata via Regno Unito-Australia, i coniugi Bayliss capirono che, prima di salutare le spiagge di Taree, sarebbe stato meglio procurarsi giacche a vento, maglioni e ombrelli. Il British Superbike accoglieva Troy. Una volta sbarcato con la moglie e i due figli Mitch e Abbie, l’abbronzato australiano capì subito che, da quelle parti, sarebbe stato meglio dimenticare la tintarella e pensare ad altro. Pioggia e vento potevano anche (ogni tanto) andare bene. Il freddo no, davvero. Nei momenti da passare in casa, prima che partisse la stagione da affrontare con il Team GSE, ogni cintura dei membri della famiglia andava stretta, per benino. Tradotto in soldoni... Di soldi se ne vedevano pochi e il cielo era sempre più grigio. Ma una volta in pista, qualcosa cambiò. Il ruggito del possente bicilindrico desmodromico riaccese lo sguardo di Troy, che si innamorò di primo udito e a prima vista della Ducati, moto passionale, estrema. Pura. Come lui. “C…., queste piste sono da fuori di testa”. Mica fu il solo a dirlo. Ma lì avrebbe dovuto correre, per almeno due stagioni. Nel frattempo, il gran salto di Cadwell salutò la prima vittoria d’Oltremanica, davanti a un pubblico che asserì: “Questo fottuto australiano va forte”. E come se andava forte.

La seconda chance propostagli, datata 1999, si rivelò trionfale. Bayliss e la 916 RS erano un tutt’uno. Uno, anzi. Come il numero finale conquistato, mai sfoggiato, però, perlomeno da quelle parti, perché a bordo di altri aerei doveva proseguire quel work trip, il viaggio di lavoro intrapreso due anni prima. E vai di valigia. Ernesto Marinelli e lo staff del Team Ducati Vance & Hines non potevano crederci. L’australiano vedeva per la prima volta la micidiale pista di Daytona, e girava già a pochi decimi dagli specialisti americani. Soprattutto sul banking, il muro sopraelevato, Troy mostrava di che pasta era fatto: manetta aperta nella Curva 4, da affrontare a più di 250 chilometri orari, forse 270: "Si schianterà, questo è sicuro" le parole udite da più di un presente. Sbagliate. Bayliss si fece notare come rivelazione dei test AMA, su una Ducati 996 cucitagli addosso. Il connazionale Mat Mladin, poi plurivincitore negli States, iniziava già a preoccuparsi: "Qui il canguro sono io, non voglio che nessuno distrugga il giardinetto verde che sto costruendo". Troy ci andò vicino a farlo. In testa per tutta la 200 Miglia, vide sfumare il successo al debutto per una banale scivolata, avvenuta all’ingresso dell’Infield, dove era presente una impercettibile ma traditrice buca sull’asfalto. Che disdetta. Le cose non andavano bene ma negli USA, specialmente in Florida e California, splendeva il Sole. Che bello, ricordava tanto casa. L’Australia. Quasi quasi conviene pure fermarsi qui, e poi è importante riceverle puntualmente uno stipendio. Ah, ma quanto è bella questa Ducati, finalmente tutta rossa. Sì, questo è il colore giusto. Altrimenti, sarebbe stata forte la tentazione di riverniciarla. Lui, lo sapeva fare, del resto.

“Convocate quello lì, come si chiama? Ma sì, l’australiano che ha vinto nel BSB e che andava forte a Daytona. Bayles. No, Bayliss. Sì, proprio lui. Fogarty ne avrà per un bel po’, dobbiamo portare a Sugo due piloti ufficiali”. La leggenda narra che la convocazione nacque più o meno così. Il Team Ducati Infostrada era in allarme. Il numero 1 della SBK era fermo. Carl si era fatto male. The King non si rialzò con le sue gambe dal terribile tamponamento avvenuto a Phillip Island. Già nella prima manche bagnata, a Foggy non andò giù lasciare la vittoria ad Anthony Gobert con la Bimota, ecco perché l’inglese bramava riscatto in Gara 2, ma l’impatto con Robert Ulm sancì la fine del suo regno. Ben Bostrom era preoccupato. Il sorridente californiano temeva tantissimo la prima curva di Sugo e sapeva che le wild card giapponesi erano paragonabili a incoscienti kamikaze. Due partenze, due “crash”, in fagiolate di gruppo.

Il capolavoro di Monza 2000


Tra i tanti a terra, Bostrom in Gara 1, ma a Bayliss andò peggio: due manche, zero giri completati. Un rivale gli passò tra capo e collo, lasciandogli segni evidenti di gomma Dunlop sulla pelle. Come esordio da pilota factory nel mondiale fu “Una m...”, come non dargli ragione? La Ducati lo rispedì negli USA. Urgeva correre ai ripari, ed ecco Luca Cadalora a Donington. Davanti al pubblico di Fogarty, la stella dei GP, due volte iridato nella 250 e otto volte vincitore in 500, fallì. Non lo affermiamo noi, lo raccontano le classifiche. Un ritiro e un diciassettesimo posto non sono accettabili da uno che su quella pista conquistò il primo successo in 500. A casa pure lui. “Dai, riproviamo con Bayliss. Dopotutto, in Giappone è stato sfortunato. Schieriamolo a Monza, magari lì si trova bene. Ci sono curvoni e staccate, ciò potrebbe favorire il suo stile di guida”. E che stile, ragazzi. Scintille ovunque, corpo storto avvitato in sella e movimenti degni di Yuri Chechi. Troy andava forte, se ne accorsero tutti. Nella gara pomeridiana, il capolavoro che segnò la sua storia e quella della SBK. Noriyuki Haga, Yanagawa, Chili ed Edwards, infilzati da un solo fendente dalla Rossa numero 21, al comando con una micidiale staccata alla fine del rettilineo d’arrivo. È giusto riportare i commenti del pubblico in tribuna: “Ma come caspita ha fatto, chi è quello lì, da dove arriva?”. Presto lo avrebbero saputo.

Continua

Carl Fogarty, il Campione allergico alla sconfitta