SBK, Troy Bayliss: “Io che sognavo a occhi aperti”

SBK, Troy Bayliss: “Io che sognavo a occhi aperti”© GpAgency

"Lasciai l’Australia per sfondare, ma ero un carrozziere che non pensava certo di poter diventare tre volte Campione del Mondo Superbike, e vivere giornate come Imola 2002 oppure, in MotoGP, Valencia 2006. Devo tutto alla Ducati e a mia moglie Kim, che mi ha sempre accompagnato"

28 giugno

La leggenda di Phillip Island narra di un gabbiano che, a gare finite e a motori spenti, parte dall’entroterra dell’isola e approda sino alla costa, perdendosi nel blu dell’oceano. Mentre gli occhi di Troy Bayliss ammirano incantati quel volo fissando l’infinito, ci si chiede a cosa il campione australiano stia realmente pensando. Quando torneranno in pista le moto? Cosa fare per sedare una passione ancora viva? Avrò rischiato abbastanza? Vedere Troy nelle vesti di bravo papà da corsa, impegnato e attento accanto al giovane figlio Oliver, fa comprendere come il cronometro personale del tre volte iridato Superbike non abbia smesso di sfidare il tempo che passa, quasi ripercorrendo a marcia indietro un cammino iniziato tanti anni fa: “Ma in quel periodo ero giovane e avevo i capelli biondi– scherza l’uomo di Taree - ora, a 51 anni, li ho, direi... color argento”.

Di tinte te ne intendi. Com’era il lavoro di carrozziere?

“Io facevo di tutto. Aggiungevo lo stucco nelle parti dar iparare e dove le auto presentavano buchi, poi grattavo la vernice vecchia con la carta abrasiva e in seguito toglievo la polvere. Passavo quindi il nastro adesivo per isolare i punti da verniciare, coprendoli con i giornali. Infine, spruzzavo. Me la cavavo benone, a ripensarci, e un po’ mi divertivo pure”.

Su quei giornali, ci sei poi finito. Più volte.

“E chi lo avrebbe mai immaginato? Leggere l’ordine di arrivo delle due wild card disputate a Phillip Island nel 1997: fu incredibile, per me. In primis nella Superbike: Troy Bayliss, Australia, Suzuki. Quinto al traguardo. Troy Bayliss, Australia, Suzuki. Quinto al traguardo. Dopo, nella 250 GP: Troy Bayliss, Australia, Suzuki. Sesto al traguardo. Le differenze tra il campionato australiano e il Mondiale erano infinite e io non le conoscevo. Notai subito come il livello di competitività dei piloti e delle moto fosse molto alto, e io volevo arrivare, desideravo stare in mezzo a loro, non soltanto una volta, bensì per tante gare, un campionato dopo l’altro. La strada davanti a me era lunghissima, dovetti percorrerla un passo dopo l’altro. Senza sbagliare le scelte”.

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Sceglier di andare in Inghilterra come si rivelò?

“Freddo e umido (ride). Il Team GSE mi volle nel British Superbike, non il top della vita, ma fu una buona occasione per entrare nel vero professionismo. Lassù provai cosa significassero pioggia e gelo. Io e mia moglie Kim passammo periodi come dire... difficili. Però la Ducati mi piaceva tantissimo, le piste erano pericolose e affascinanti, l’ambiente divertente e formativo. Vinsi una corsa nella prima stagione – il 1998 – poi il titolo nazionale l’anno successivo. Il mio nome iniziava a farsi sentire in giro”.

Fino ad arrivare negli USA.

“Infatti anche in quel caso mi offrirono un’ottima sistemazione, che accettai. In America trovai nel campionato AMA tante motivazioni, un’altra Ducati competitiva e il Team Vance & Hines, con personale qualificato e competente. A Daytona andai forte, fortissimo. Peccato per la scivolata rimediata in gara, sarebbe stato fantastico esordire nella 200 Miglia e vincere. Un po’ mi dispiacque”.

Mentre eri in Florida, non pensavi al Mondiale?

“Nella mia testa, il passaggio al Mondiale era una cosa desiderata, pianificata. Mica lasciai l’Australia per caso! Se mi sono allontanato dalle spiagge di Taree, l’ho fatto per correre da professionista. Altrimenti, me ne sarei rimasto a casa, evitando a Kim e ai miei figli infiniti viaggi, cambiamenti e sbattimenti. Ero in cerca della chiamata importante”.

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Il Mondiale


La chiamata importante arrivò poco dopo.

“Fu una m…. in Giappone. Sapevo che esordire a Sugo con il Team Ducati Infostrada non sarebbe stato semplice, ma mica immaginavo due voli a terra di gruppo. Rischiai anche di farmi male seriamente. Non accadde, per fortuna, Ma ero deluso e incazzato".

Arrivò però una seconda chiamata.

"Se mi vuoi chiedere cosa pensai durante il quadruplo sorpasso di Monza, tutti già conoscono quella storia”.

Un ripassino veloce?

“Non pensavo a niente di che. Volevo vincere la gara e ci provai in ogni modo. Mi fu chiesto come fosse per me guidare la 996 con le gomme Michelin, mai provate prima, risposi all’epoca e ripeto oggi che mi piaceva tutto, anche perché mi trovavo nel paddock che desideravo, di fronte a un mare di gente. In quella domenica mi sfuggì ciò che cercavo, arrivai alla fine senza la giusta aderenza. Dovetti spiegare che quella manovra fu istintiva e ragionata allo stesso tempo. Ogni tanto la riguardo su YouTube”.

Meritasti la riconferma, in quel di Hockenheim.

“C…. se andavamo forte! Haga con la Yamaha sembrava un diavolo. Edwards sulla Honda, pure lui viaggiava. La Kawasaki, l’Aprilia... poi io. Mi trovavo bene sulla moto, in staccata mi sentivo comodo, nonostante fossi sempre al limite. Quando entrai nel Motodrom al comando, pensai: ‘mica è fatta, maledizione, questi attaccano da tutte le parti’. Per fortuna, riuscii a mantenere velocità e le giuste linee, sino al successo”.

Il muretto Ducati impazzì di gioia.

“Potevo capirli (ride)”.

Eri il nuovo Fogarty.

Naa. Non esageriamo. Ero un pilota su cui puntare, quello sì. Non pensavo di essere lì per provare a far dimenticare Carl, che si era appena infortunato. Sarebbe stato impossibile e non mi interessava. Lui era un campione, un mito. Io ero un australiano in cerca di luce, sull’onda giusta da cavalcare”.

Cavalcasti bene fino a fine campionato.

"Vinsi di nuovo a Brands Hatch, nell’unica pista che già conoscevo. I podi collezionati e i due successi mi portarono direttamente al 2001”.

Che fu trionfale per te e la Ducati. Che ricordi hai?

“Io ero felice, perché con Kim avevamo lasciato l’Australia con tanti punti di domanda e nessuna certezza. Ciò che volevamo era... farcela. Altrimenti non ne sarebbe valsa la pena. Crederci fu più difficile del farlo, nel senso che occorre avere tanta fiducia nei propri mezzi e credere nelle persone che ti circondano. Il concetto vale per il motociclismo e anche per le altre attività. A me piace ‘sentire’ le persone, nel Team Ducati trovai una seconda casa. Parlando della moto, aggiungo che era fantastica”.

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Appena potevi, tornavi in Australia?

“Non tante volte. Diciamo, al massimo tre l’anno, periodo invernale a parte. La lontananza dalla propria terra va affrontata con il sorriso, se si vuole fare questo mestiere, il pilota. Diversamente, meglio lasciar perdere. La mia fortuna è stata avere al mio fianco Kim, una donna che ha seguito ogni mia mossa e scelta. Ammetto che sono un uomo fortunato. Come pilota, giudicatelo voi”.

L’albo d’oro dice tre titoli in SBK.

“Tutti ricordano quella storia, che altro c’è da aggiungere? (ride) Scherzi a parte, anni meravigliosi. Forse un po’ lontani, a ripensarci. Ne è passato di tempo. Spesso riaffiorano in me momenti, episodi, immagini. A volte ciò che ricordo mi piace, in altre meno. Dipende”.

Imola 2002, per esempio?

Che giornata, Ragazzi! Mai vista tan ta gente a una gara di moto. Dobbiamo però ricordare come è andata? (ride) Io diedi tutto, Edwards fu molto bravo, il secondo titolo in quel caso mi sfuggì, più che altro ci rimasi male per la Ducati e per il pubblico accorso a Imola. Meritavano tutti di più”.

Ti riscattasti nel 2006, alla grande.

“Festeggiare il secondo campionato vinto proprio a Imola mi tolse la delusione vissuta quattro anni prima. La 999 era una moto bella, veloce, particolare. Grazie alla squadra potemmo trovare la giusta messa a punto, in pista poi i risultati arrivarono. Il primo titolo rappresentò un premio agli sforzi compiuti, il secondo una piacevole conferma”.

E il regalo “MotoGP” a Valencia, sempre quell’anno? Non dire che tutti conoscono quella storia...

“(Ride) Mi chiesero se me l’aspettassi. Certo, sapevo che nelle giuste condizioni avrei potuto fare bene. Ricordo la grande festa nel box, il podio, la vittoria di Nicky Hayden per un titolo MotoGP davvero meritato. Mi tolsi qualche sassolino dallo stivale. Giusto qualcuno...”.

Il terzo campionato vinto non si fece attendere troppo.

Credo che la 1098 sia stata la miglior moto della mia carriera. Tutte le Ducati erano belle e competitive ma, probabilmente, quel modello mi piacque più degli altri. La connessione tra comando del gas e motore era eccezionale, la potenza arrivava alla ruota posteriore esattamente come desideravo. Sebbene fosse la stagione del debutto per quella moto e con pochi dati, riuscimmo a vincere. Ancora”.

Non tutti sanno, però, quali sono le spiagge più belle dell’Australia.

“A Taree sono belle e a me piacciono anche quelle della Gold Coast, dove adesso io, Kim e Oliver viviamo. Andiamo sempre in spiaggia, per noi è uno stile di vita difficile a cui rinunciare”.

Se però Oli continua a correre, meno spiaggia e più pista.

“Vedremo, sono un padre apprensivo. È più facile correre che vedere il proprio figlio farlo. Ho un ottimo rapporto con Oli, io e lui siamo molto uniti. Se vorrà continuare a gareggiare in moto, saprà che io sarò al suo fianco, pronto ad aiutarlo. Lui è libero di scegliere la propria strada. Esattamente come feci io. Soltanto che mio figlio ha iniziato da giovane, io un po’ più in là negli anni. Ma in fondo...”.

Tutti conoscono questa storia…

“Esatto, no?”.

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