Se nel Mondiale Superbike Carl Fogarty vanta un palmares superiore a Troy Bayliss, nel Motomondiale i rapporti di forza risultano invertiti perché l’inglese non ha mai avuto a disposizione una moto ufficiale, ricoprendo sempre il ruolo di wild card o di sostituto.

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Gli esordi


L’australiano, invece, è stato pilota ufficiale Ducati per due stagioni della MotoGP, e anche nella successiva annata, vissuta con la Honda del Team Camel-Pons, aveva firmato per l’intero campionato, salvo infortunarsi a sei gare dalla fine. Fogarty debuttò nel Mondiale a Silverstone, nel 1986, nella classe 250 con una Yamaha: 31° in qualifica, compì una buona rimonta in gara, sul bagnato, chiudendo 11° seppur doppiato. Per sua sfortuna, però, all’epoca i punti andavano soltanto ai primi 10.

Anche Bayliss esordì in 250 e nella gara di casa, nel 1997: pur utilizzando una vetusta Suzuki RGV stampò il sesto tempo in prova e confermò il piazzamento in gara, a 28’’118 da Ralf Waldmann. Una gara capolavoro, quella di Phillip Island, che con un pizzico di malizia in più l’avrebbe proiettato in quarta posizione perché all’arrivo fu preceduto dai giapponesi Takeshi Tsujimura e Tetsuya Harada di mezzo secondo. Secondo fu Max Biaggi, che conquistò il quarto titolo consecutivo.

Curiosamente, dopo l’esordio entrambi si sono cimentati esclusivamente nella classe regina. Nel 1990 Fogarty fu chiamato dal Team ROC di Serge Rosset per rimpiazzare sulla Honda Pierfrancesco Chili, infortunatosi in Belgio al braccio sinistro: “Correre nei GP è quello che ho sempre sognato, non mi attira l’idea di continuare a disputare gare della Formula TT (in cui fu campione dal 1988 al 1990, nde) e in Inghilterra non ci sono molte altre possibilità per me” dichiarò nei box del GP Gran Bretagna, all’esordio in 500. Vanificò però l’11° tempo in prova, stendendosi al secondo giro.

La settimana dopo in Svezia scattò bene dalla casella numero tredici e tagliò il traguardo in sesta posizione, seppur distanziato di oltre un minuto dal vincitore, Wayne Rainey con la Yamaha: "Ho fatto attenzione a non cadere un’altra volta" disse. Prima di riconsegnare la NSR 500 a Chili ebbe ancora due possibilità che capitalizzò soltanto in parte. Fu decimo a Brno e ottavo all’Hungaroring, a oltre un minuto dal vincitore.

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I trascorsi di Fogarty


Nel 1991, con l’esordio in pianta stabile in Superbike, Foggy rinunciò a correre a Donington. Ma l’anno seguente non seppe resistere alla tentazione e si schierò nel GP della 500 con una Harris-Yamaha, tuttavia cadde alla curva Redgate a cinque giri dalla fine.

L’esperienza nel Mondiale non poteva però concludersi così e infatti nel 1993, ingaggiato dalla Cagiva come wild card per il GP Gran Bretagna, realizzò la sua miglior prestazione: il weekend di grazia iniziò il sabato con la seconda fila (quinto a 1’’396 da Kevin Schwantz), girando un secondo e 7 decimi più veloce di un’altra moto varesina, quella di Doug Chandler, nonostante una spettacolare caduta che lo limitò nell’ultima parte delle prove. Per buona parte della gara, caratterizzata dalla carambola al primo giro – quando Mick Doohan stese la coppia Suzuki, cioè Schwantz e Alex Barros – Carl fu virtualmente sul podio che perse soltanto sul rettilineo finale quando la sua C 593 iniziò a rallentare, perché aveva esaurito il carburante. Ne approfittò, sotto la bandiera a scacchi, Niall Mackenzie che relegò Fogarty in quarta posizione: “Negli ultimi giri c’era qualcosa che non andava. La moto ha cominciato a perdere colpi e in vista dell’arrivo si è spenta. Una grossa delusione perché ero sul podio al debutto con la Cagiva. La 500 mi piace molto ma non so se questa esperienza avrà un seguito” disse Carl. Non lo ebbe, ma la Superbike lo ripagò con gli interessi di questa amarezza.

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Le esperienze di Bayliss


Dopo quell’esordio del 1997, Bayliss si concentrò sulla Superbike, accantonandola a fine 2002 per tentare l’avventura in MotoGP.

Lo fece con la Ducati che per l’occasione aveva realizzato la prima Desmosedici. L’esordio di Troy nella classe regina, pur non avendo mai girato a Suzuka, fu eccellente: quinto al traguardo, a 23” da Valentino Rossi. “Ho ancora da imparare, ci sono molte piste che non conosco. Sono convinto che la mia Ducati abbia il potenziale per fare molto bene. Al rientro ai box ho chiesto ‘quando parte la seconda manche?’” dichiarò Troy.

Un passo in avanti lo fece nel GP seguente, in Sud Africa, in cui restò al comando per i primi 10 giri per poi terminare quarto, a 12 secondi da Sete Gibernau: “I soli problemi me li hanno dato gli stivali e le saponette che in curva mi limitavano nei movimenti”. Il crescendo fu completato a Jerez dove perse la pole per soltanto 10 millesimi e concluse terzo la gara, nonostante il tamponamento subito dal compagno Loris Capirossi nel giro di allineamento: il romagnolo colpì con la gamba destra il braccio sinistro dell’australiano ma nessuno dei due finì a terra. Grazie a questo avvio, Bayliss si ritrovò terzo in classifica, preceduto soltanto da Rossi e Biaggi.

Tuttavia arrivarono le cadute a Le Mans e al Mugello, seguite da piazzamenti modesti a Barcellona (dove Capirossi conquistò la prima storica vittoria della Ducati in MotoGP) e Assen, a raffreddare gli entusiasmi. Bayliss tornò sul podio in Germania, terzo dietro Gibernau e Rossi, e si confermò a Brno, dove restò in testa nei primi 10 giri, poi fu passato dai due piloti della Honda, ma al 15° giro si riportò davanti. Nelle tornate finali, però, l’australiano non trovò il guizzo, chiudendo a 668 millesimi da Valentino e a 626 dallo spagnolo. Sembrava l’inizio della ripresa ma i sei GP restanti ebbero più ombre che luci: il culmine fu in Australia con due cadute nel warm up e una terza in gara, che lo lasciò privo di sensi per alcuni istanti.

Completato l’anno di apprendistato necessario per conoscere le piste del Mondiale e adattarsi alla Desmosedici, Bayliss sarebbe dovuto sbocciare nel 2004. Invece la sua stagione – e quella della Ducati in generale – fu molto deludente, a partire dall’avvio in Sud Africa che lo vide al penultimo posto in qualifica a tre secondi da Rossi. Il quarto posto al Mugello, a 242 millesimi dal podio, restò un episodio perché con l’arrivo del motore Twin Pulse, Troysmise di progredire. E in metà dei 16 GP non riuscì a terminare la gara, sei volte causa caduta. Con un moto d’orgoglio,pur sapendo che per l’anno seguente sarebbe stato rimpiazzato da Carlos Checa, Bayliss riuscì a finire terzo a Valencia: "È stato un anno difficile per me, hoincontrato molte difficoltà con la nuovaDesmosedici e i risultati non sono statiquelli della passata stagione. Ho vissuto molti bei momenti con Ducati e mi fa piacere salutarla con un buon risultato".

Il passaggio alla Honda-Camel non cambiò l’inerzia della sua parabola in MotoGP, malgrado un sesto posto in Spagna che lasciava presagire tutt’altro. Tra cadute (Cina, Gran Bretagna e Germania) e piazzamenti fuori dalla Top 5, il suo 2005 fu decisamente negativo. E lo fu in tutti i sensi quando si fratturò radio e ulna del braccio sinistro con la moto da Cross, alla vigilia del GP Giappone, quando era 11° nel Mondiale. Finito sotto i ferri per l’applicazione di alcune placche metalliche, saltò le ultime sei gare.

Nel 2006 Bayliss tornò alla Ducati ma in Superbike, dove visse un campionato trionfale. Tuttavia quando Gibernau si infortunò i ducatisti chiesero a gran voce il ritorno di Bayliss accanto a Capirossi in MotoGP per il GP Valencia. “Sono venuto qui senza particolari aspettative, ho portato i miei uomini chiave della Superbike (Paolo Ciabatti, Davide Tardozzi ed Ernesto Marinelli, nde) e punto a divertirmi”. Così disse, ma pur non avendo mai usato le Bridgestone lasciò tutti di stucco in prova, con il terzo tempo.

Fu il preludio di una domenica leggendaria: quel giorno tutti i riflettori erano su Rossi e Nicky Hayden che si giocavano il titolo in volata. Ma Bayliss fece la storia, andando in fuga dai primi metri, non venendo più riacciuffato: “È stata una stagione straordinaria, prima con il titolo Superbike, adesso con questa incredibile chiusura. Mi stavo rilassando quando è arrivata la proposta di correre qui con la GP6. Dopo le prove ho sinceramente pensato che avrei potuto vincere. Ma sto bene in Superbike, è un ambiente più rilassato rispetto alla MotoGP. Mi basta la soddisfazione di sapere che sono ancora piuttosto veloce...”.