Davide Giugliano: “Ho smesso presto, ma non sono pentito”

Davide Giugliano: “Ho smesso presto, ma non sono pentito”© GpAgency

La nuova vita del romano: "Quando correvo in Superbike, non riuscivo a gestire l’emotività. È questa la prima lezione che trasmetto ai piloti che gestisco tra Premoto3, Moto3 e Supersport. Ho smesso presto, ma sono convinto della mia scelta"

All’interno del box, Davide Giugliano dimostra di sapersi muovere. La polo e i pantaloni lunghi gli calzano bene, esattamente come era per la sua tuta in pelle, appesa al chiodo a fine 2018, ultima annata spesa da corridore. Conoscenza delle moto, attenzione ai dettagli, dedizione alle persone: il Team D34G Racing ripropone le caratteristiche umane e professionali del trentunenne romano, oggi impegnato full time nel suo progetto, nato quasi per caso, espansosi progressivamente: “Avevo iniziato gestendo il team ufficiale TM nella Moto3 tricolore – lui stesso conferma – poi la struttura si è evoluta. Di questo ne sono fiero, come lo sono i miei collaboratori: nel lavoro intrapreso diamo ai nostri ragazzi anima e corpo”.

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"Impegno enorme"


Un giorno dicesti che, forse, avresti seguito un ragazzino. Ora ne hai più di uno.

“Mi sono fatto prendere la mano (ride). In verità, iniziai ad allenare qualche ragazzino quando ancora correvo. Il doppio impegno pilota-manager mi piaceva, fino all’arrivo di una richiesta esplicita: perché non gestire direttamente un team? L’esperienza mi appassionò subito. Trovai le persone adatte, con l’aiuto di Giada, la mia compagna, cominciammo a organizzarci e a costruire. E mica abbiamo finito, anzi”.

Un bell’impegno che ti vede su più fronti. Facciamo ordine.

Impegno enorme (sorride), ma altrettanto soddisfacente. Dunque, nella PreMoto3 abbiamo Edoardo Bertola e Flavio Piccolo, entrambi dotati di talento e in costante crescita. In Moto3, la collaborazione con BeOn è interessante, come lo si sta rivelando l’olandese Zonta Van den Goorbergh, figlio d’arte di papà Jurgen e bravo ragazzo. Poi, c’è anche la Yamaha R6, affidata a Filippo Fuligni: per quanto riguarda la Supersport, per me è come tornare nel mio mondo, quello delle moto derivate di serie. Ho la fortuna di avere colleghi abili e preparati ad aiutarmi in una serie mondiale di altissimo livello”.

La Superbike attuale


Com’è cambiato il paddock SBK?

“L’ho trovato in una fase di evoluzione positiva. Le Case impegnate direttamente nel campionato sono cinque e questo è un segnale importante per la categoria. Oltre ad ammirare moto ufficiali in Superbike, la stessa classe conta numerose strutture private competitive: team ben gestiti ma non necessariamente factory possono ben figurare, giocandosi posizioni prestigiose. In un certo senso, stiamo tornando a quanto visto ai tempi di Althea, squadra che riuscì a imporsi nel 2011 con Carlos Checa e la Ducati. La formazione di Genesio Bevilacqua riceveva un supporto dalla Casa madre, ma non era una struttura ufficiale. Ecco, mi piace pensare che potrebbe succede re nuovamente”.

E i piloti sono altrettanto forti?

“Il fatto che un pluricampione quale è Jonathan Rea abbia invocato nomi nuovi e giovani, è un ulteriore bel segnale. Ed è stato accontentato: il cambiamento è in atto, lo vediamo. I piloti freschi sono arrivati anche se, alla fine, l’uomo da battere rimane sempre il portacolori Kawasaki. Però, Rea si deve impegnare di più per tenersi stretto il numero 1”.

La punta nazionale è Michael Ruben Rinaldi, tuo successore nel team ufficiale Ducati. Cosa pensi di lui?

“Al di là del suo weekend pressoché perfetto di Misano, oltre a impressionarmi per le doti di guida Rinaldi mi ha convinto per le scelte compiute. Dal primo all’ultimo giro ha saputo gestire ritmo, gomme e avversari. Ma non soltanto. L’operazione più difficile e complicata, in quei casi, si affronta nel garage. L’ambiente Ducati è paragonabile un cristallo prezioso: bellissimo, ma altrettanto fragile. Adesso sta a Michael capire come trasformare il cristallo in un’armatura di ferro. Rea, sempre lui, ci è riuscito. Potrebbe farcela pure un italiano, su moto italiana e squadra italiana. Un trio eccezionale a cui auguro il meglio”.

Anche tu costituivi un trio italiano, con Ducati e Aprilia. Forse non hai raccolto quanto meritavi.

“Fa piacere sentire persone che mi riconoscono il talento in sella e ringrazio di cuore. Tuttavia, l’abilità di guida è un ingrediente sì fondamentale in questo sport, però non è l’unico. Guardandomi indietro, mi è mancata la gestione della mia emotività. Mi spiego meglio... ero talmente passionale da rovinare tutto. Vivevo il weekend in modalità estrema, sentivo e percepivo tutto ciò che mi circondava, oltre alle mie stesse sensazioni. Bastava un solo piccolo dettaglio e il castello rischiava di scomporsi. Ricordo momenti in cui mi soffermavo di fronte alla schermata dei tempi: se non vedevo il mio nome nei primi tre classificati, partivano i miei problemi. Non riuscendo a gestire l’emotività, sprecavo il mio talento”.

Riesci a gestirti con i giovanissimi?

“Ci provo con tutto il cuore. Faccio leva sempre su quel punto: devono essere professionisti e non soltanto ragazzi talentuosi. Chiedo loro di stare il più lontano possibile dalle numerose interferenze presenti in questo bellissimo mondo a due ruote. Spiego sempre come gestire emozioni e sensazioni, soffermandomi su aspetti legati ai social media. Meglio non abusarne o, comunque, prenderli alla leggera. Altrimenti, si perdono energie e tempo prezioso e poi si guida disturbati”.

"Tornare in pista? La voglia c'è, ma...."


Non ti viene mai voglia di inforcare la moto?

“Come no?! Oggi ho 31 anni, per ben 26 ho guidato modelli di ogni tipo e cilindrata. Non mi voglio nascondere dietro a un dito, la voglia di andare tra i cordoli c’è, sebbene sia consapevole e convinto della scelta compiuta qualche anno fa. A fine 2018 ho detto basta con le corse, perché mi rendevo conto che non avrei dato il mio cento percento. Avevo offerte interessanti, declinate proprio in virtù del fatto che il 99% non fosse da me ritenuto sufficiente per gareggiare degnamente. Sono stato onesto con gli altri e in primis con me stesso. La mia mentalità di pilota passionale e competitivo non accettava l’1% mancante all’appello. Può sembrare un’inezia. Per come sono fatto io, non lo era affatto”.

Un altro romano, invece, è tornato in auge.

“La prima cosa che ho detto a Michel Fabrizio, una volta appreso del suo ritorno alle competizioni, è stata una frase così: dannazione, hai coraggio! Penso che rimettersi in gioco a 36 anni, e dopo stagioni di inattività, costituisca una piccola impresa sportiva e personale. Considerando il livello della Supersport attuale e i giovani rivali da affrontare, Michel si sta difendendo bene”.

Sei papà di un bellissimo bambino. Toccate mai il tema motociclistico?

“Se parliamo di moto e gare, il discorso non si affronta. La gente non immagina quanto io sia pauroso e apprensivo. Lo sono e lo riconosco. Mio figlio in moto non ci andrà. Ho troppa paura e sono sincero. Però…”.

Però?

“Se, con il tempo, dovessi vedere in lui motivazioni superiori alle mie aspettative, ne potremmo parlare. Questa spinta deve essere al 100% della convinzione, altrimenti non se ne farà nulla. Il 99% non valeva per me, figuriamoci se può bastarmi per colui a cui ho dato e a cui sto dando tutta la mia vita”.

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