La testa offesa, segnata. La voglia di calzare il casco appena portato dal padre era più forte del dolore affrontato e ancora da allontanare. Dietro quella visiera abbassata e scura, Marco Carusi non vedeva la luce. Il giovane pilota era fermo in un letto di ospedale: solo i pensieri erano liberi di correre. Gareggiare. Questo voleva tornare a fare, come nei giorni più radiosi, prima che il buio lo forzasse a due pit stop non previsti e consecutivi. I punti collezionati sul corpo non facevano classifica, ma “chissenefrega”: l’obiettivo era percorrere curve meno insidiose della beffarda malattia, nei confronti della quale Marco dileggia, pur parlandone seriamente: "In una sera d’inverno, mi sentii stanco, spossato - inizia il racconto - dopo l’allenamento, un forte mal di testa cominciò ad infastidirmi. Andai a letto, senza riuscire a dormire. Il tempo passava. Anziché sentirmi meglio, le cose peggiorarono drasticamente. Nonostante io odiassi il pronto soccorso, decisi di farmi accompagnare dal mio babbo in quello di Imola. Fatta una TAC, mi trovarono una palla grossa così nella testa". 

Momenti di panico… 

"Abbastanza, anche perché i medici pensarono che il mio problema fosse un tumore, ipotesi per fortuna scongiurata. Però, in qualche modo, dovettero appurare l’entità del problema. Io e mio papà andammo quindi all’ospedale Bellaria di Bologna e lì mi trovarono un angioma: in pratica, una matassa di vene tra di loro legate ed ostruite, che causavano il forte dolore e per me il rischio di poter morire senza preavviso. Lo staff medico mi fermò e, dopo un paio di giorni, intervenne con una operazione chirurgica molto delicata, aprendomi la testa. Dopo la sala operatoria ed il riposo, la bega sembrava risolta, così tornai a casa". 

Esatto, il problema pareva archiviato. Marco stava già pensando alla fase di recupero, quando si è sentito male, nuovamente: "Mi hanno operato una seconda volta - continua a descrivere il suo calvario - quella buona, finalmente. Dopo un primo taglio, è arrivato il secondo. Quando mi sono risvegliato, il morale stava risollevandosi, però il fisico faceva pena. Ero debole, ingrassato e senza tono muscolare. Durante la degenza la noia aveva il sopravvento, mentre il mio pensiero era fisso: la moto. Ecco perché volevo con me il casco con cui avrei dovuto affrontare la stagione 2019".

Dovevi correre nella Supersport 300 mondiale.

"Sì, mi stavo preparando ad una sfida per me importante, in pianta stabile nel campionato internazionale a cui ambivo da tanto tempo. Tutto si era fermato, perché ho dovuto rinunciare a partecipare. Momentaneamente".

Bloccatosi come un cronometro inceppato, il tempo ha ripreso la sua corsa, proprio a Imola. In quella occasione, la luce è tornata ad entrare nella visiera alzata: "Avevo bisogno di ammirare i colori ed annusare gli odori - dice Carusi - volevo prendere aria... è stata una gara incredibile, la ricorderò per tutta la vita, perché i dottori mi avevano dato il permesso di allenarmi, seppur senza forzare. Lo staff medico era severo e preciso con me, sino alla notizia del via libera: Marco, puoi tornare in moto".

Come ti sentivi? 
"Al settimo cielo. Accordatomi con il team CM Racing, sono stato convincente a parole e in sella. Malgrado non guidassi da mesi, dopo tutto quello che avevo vissuto, a Imola ho sfiorato il podio, perdendolo in volata, concludendo ad un solo secondo dalla vittoria. Erano tutti increduli".

Tutti tranne lui; il berretto dalla grossa visiera velava i suoi occhi vivi. Felici o delusi? Un mix: “Sì, perché dopo 9 mesi senza moto e con in muscoli privi di allenamento, ero contento di avere finalmente gareggiato. Ho dato tutto quello che avevo, mi sono divertito, ma... volevo vincere, ed è con questo spirito che affronterò la stagione 2020". 

Ci proverai ancora.

"Certamente, adesso sto bene e mi alleno al pieno delle mie capacità. Mi schiererò nel mondiale Supersport 300, ancora con una Kawasaki Ninja. Andrò a riprendermi ciò che mi spetta, cioè la possibilità di giocarmi qualcosa di importante". 

Potresti fare come Whitham e Slight.

"Ho sentito parlare di loro: James guarì da un cancro al cervello, poi tornò a correre, vincendo in SBK e Supersport. Aaron, risolto un aneurisma celebrale, fu ancora competitivo con la Honda HRC. Abbiamo una caratteristica in comune: la testa dura! Spero che pure la mia carriera sarà come la loro".