La stagione 2020 del Mondiale Supersport si è aperta con il dominio incontrastato di Andrea Locatelli a Phillip Island. Un successo perentorio, che lascia ben sperare i tifosi italiani, in attesa del titolo dal 1998, anno in cui a vincere fu l'indimenticato Fabrizio Pirovano.

Da Parking Go a Puccetti, sono tanti i team italiani ad aver agguantato l'iride SSP. Un'impresa sfuggita ai piloti di casa nostra. Ma cosa ha impedito ai nostri portacolori di mettere le mani sull'alloro finale?

"I motivi sono stati tanti - spiega Mirko Colombi -. Prima Casoli, quando ancora si chiamava World Series e poi 'Piro'; da lì in avanti, gli italiani si sono distinti per grandi risultati, ma mai l'alloro finale. Perché la 600 Supersport dava, e credo dia ancora, la possibilità a tutti i piloti partecipanti di stare a un livello, se non identico, però molto simile".

"C'è stato un periodo in cui i piloti Ten Kate, con la Honda CBR 600, hanno dominato perché effettivamente le moto della squadra olandese erano ben preparate. E quindi i vari Charpentier, Vermeulen, Muggeridge, andavano forte. Vincevano, ma c'era anche da dire, riuscivano a primeggiare con delle modifiche un po'  borderline", prosegue. 

"Però, solitamente, se guardiamo gli ordini d'arrivo o le vecchie immagini, poteva capitare di vedere anche 10 piloti arrivare in un secondo".

Con moto sullo stesso livello, quindi, cosa serve per primeggiare, oltre alla bravura del pilota? Guardate il video con la risposta di Mirko Colombi e scriveteci nei commenti se siete d'accordo con la sua analisi.

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