Phillip Island, unico round disputato anche dalla Supersport, ha confermato come la moto da battere sia ancora la Yamaha R6 del Team Evan Bros, formazione vincente nel 2019 con lo svizzero Randy Krummenacher e seconda, di stretta misura, con Federico Caricasulo, dopo un’annata da sette successi e cinque doppiette in 12 gare.

In Australia, Andrea Locatelli è diventato capoclassifica del campionato allungando la sequenza favorevole per i fratelli Evangelisti, che hanno mantenuto e perfezionato la quattro cilindri in linea di Iwata.  Il tutto, anche di fronte al debutto delle gomme lisce pensate per la 600: dopo tante stagioni disputate con soluzioni intagliate, la Pirelli ha portato le coperture slick, che richiedono un metodo di lavoro diverso e assetti da riscoprire. 

Le stagioni spese in Moto3 e Moto2 hanno aiutato Locatelli, capace di dominare praticamente ogni sessione, dal venerdì sino al successo in gara. Pilota italiano con team italiano. Un bel duo che promette bene. Ci saranno avversari in grado di fermare la moto numero 55? Soltanto la pista dirà la verità e, nell’attesa di tornare alle corse, possiamo ipotizzare.

SSP: le PAGELLE di Phillip Island

Gli avversari di Locatelli


Krummenacher, per esempio, è un rivale degno di tal nome. Lo svizzero è forte, esperto, costante, e sa come vincere perché ha già affrontato situazioni di alta classifica in fasi decisive, nelle quali ogni mossa deve essere opportuna. Passato alla MV Agusta, “Krummenator” ha portato il numero uno in dote. Tuttavia la caduta rimediata a Phillip Island è pesante: zero punti, delusione e morale da ricostruire. Il campionato dell’unico svizzero iridato della categoria è partito male ma, appena si riaccenderanno i motori, di sicuro vedremo la tre cilindri varesina all’attacco, con l’obiettivo del riscatto.

Sulla stessa moto c’è Raffaele De Rosa, eccellente secondo in Australia. Visto in azione con buoni risultati in 250, Moto2, Superstock e Superbike, il campano, se avrà tutto costantemente a posto, potrà essere sempre tra i migliori cinque. Anche per smentire chi pensa che gli manchi sempre quell’ultimo guizzo decisivo. 

Il tedesco Phillip Öttl, prima punta del Team Kawasaki-Puccetti, ha iniziato come Krummenacher, volando nella stessa curva: "Un vero peccato, ma avrò modo di rifarmi" ha detto il tedesco, figlio d’arte di Peter, a delusione smaltita. Per lui, la Supersport rappresenta un rilancio della carriera dopo l’annus horribilis sulla non esaltante KTM di Tech 3 in Moto2, accanto a Marco Bezzecchi, e ogni occasione dovrà essere sfruttata. 

Parlando di occasioni e carriera, Jules Cluzel ha “fatto il callo” a forza di perdere titoli per un soffio: in sei delle sette stagioni nella categoria è stato secondo o terzo, e pesa lo zero alla casella “titoli”. Il francese è forte, guida con uno stile spericolato, si è adattato al cambio usato con il piede destro.

Correre per la connazionale GMT94 rappresenta una marcia in più, con una Yamaha spesso tra le più performanti, portata a podio nel primo round dietro Locatelli e De Rosa. I due italiani che, al momento, sembrano i papabili di vittoria più consistenti in una rosa comunque ricca di protagonisti.  

C’è poi il sudafricano Steven Odendaal, forte ma troppo irruento. L’estone Hannes Soomer - già campione europeo - è un’incognita. Lucas Mahias è un galletto in grado di compiere incredibili imprese ma anche di rovinare gare già vinte. Lo spagnolo Isaac Viñales è la “brutta copia” del cugino Maverick, cioè offre più ombre che luci. 

Manuel Gonzalez, iberico vincitore della 300 nel 2019, ha bisogno di tempo per imparare i segreti della difficile classe di mezzo. Poi, ci sono le tante mine vaganti. Se Gonzalez è l’iridato più giovane nella storia della Velocità, il sedicenne turco Can Öncü è il più giovane vincitore nella storia del Motomondiale e in SSP cerca il rilancio. E c’è Corentin Perolari, dotato di grande aggressività. 

Locatelli: “La vittoria di Phillip Island? Il primo di 13 passi mondiali”

Le imprese ineguagliate di Casoli e Pirovano


Eppure, resta negli occhi soprattutto quanto si è visto finora da Locatelli e De Rosa. Più dal primo che dal secondo. Uno dei due azzurri sarà in grado di riportare nei nostri confini un titolo che manca da troppo tempo? L’impresa datata 1997 di Paolo Casoli - al trionfo con la Ducati 748 quando la categoria si chiamava Supersport World Series - e il successo di Fabrizio Pirovano l’anno dopo, ottenuto con la Suzuki GSX-R Alstare, rappresentano due bellissime pagine, storiche, ma purtroppo un po’ sbiadite. Non sciupate, perché Paolo era fortissimo e il Piro indimenticabile e mitico, ma il motociclismo è cambiato, tanti nomi si sono avvicendati in vetta e spesso i trionfi nostrani vanno ricordati ai distratti. 

Dal 1999 al 2019, ventuno stagioni di gare, i corridori italiani della 600 competitivi sono stati parecchi, tuttavia nessuno di loro è riuscito a ripetere le imprese di Casoli e Pirovano. 

Piergiorgio Bontempi giunse terzo a fine millennio; causa ritiri e dipartite, lasciò il numero uno a Stephane Chambon, con lo scozzese MacPherson in mezzo. Il 2000 fu di Jorg Teuchert, tedesco su R6 giallo-rossa. 

Da quel campionato e quello successivo, Casoli uscì sempre secondo, lasciando lo scettro 2001 all’australiano Andrew Pitt (Kawasaki) a Imola, teatro di una polemica senza precedenti. Paolo risultò il migliore dei nostri anche nel 2002, stagione dominata da Fabien Foret, francese sulla Honda di Ten Kate. Il team olandese sarebbe stato assoluto protagonista fino al 2008, grazie a una CBR ben preparata (anche troppo, scoperta l’irregolarità tecnica celata sotto carena) in un filone di trofei alzati al cielo da Chris Vermeulen e Karl Muggeridge, australiani. Poi due volte da Sebastien Charpentier, transalpino. Quindi Kenan Sofuoglu, turco recordman di classe, ripetutosi poi con la Kawasaki. E ancora Pitt nel 2008, a chiudere il Settebello di Ten Kate. 

I britannici Cal Crutchlow, Chaz Davies e Sam Lowes vinsero meritatamente, l’olandese Michael Van der Mark aggiunse al titolo della Stock 600 quello Supersport, Mahias nel 2017 fece meglio di tutti, seguito da Cortese un anno dopo. Sandrino è tedesco e mezzo calabrese, ma il passaporto dice Germania. Nel mezzo, ha trionfato spesso Sofuoglu: cinque volte campione. 

Fabio Evangelista: “Dobbiamo salvare i team”

Nel frattempo, che hanno fatto gli italiani? Bene, non benissimo: Alessio Corradi, Lorenzo Lanzi, Gianluca Nannelli, Michel Fabrizio, Massimo Roccoli, Gianluca Vizziello, Vittorio Iannuzzo, Luca Scassa, Alex Baldolini, il compianto Andrea Antonelli, Lorenzo Zanetti, Roberto Rolfo, Christian Gamarino, Michele Pirro e Ayrton Badovini si sono distinti per vittorie di tappa, podi e buone posizioni nella classifica finale, tuttavia mai la prima. 

Perché nomi così talentuosi non hanno centrato il premio ambito? Ognuno aveva le carte in regola per vincere il Mondiale, se parliamo di capacità pure. Ma, se a qualcuno è mancato il mezzo giusto, ad altri un pizzico di esperienza. Nel caso di Scassa, per esempio, fu determinante la squalifica patita nel 2011, causata da un test in pista non concesso dal regolamento. Il pilota toscano saltò un weekend, a Misano quando era leader del campionato, perdendo slancio e concentrazione.  

Zanetti e Rolfo hanno cambiato troppe selle e si sa quanto la continuità tecnica sia importante. Ci stava riuscendo Caricasulo, l’anno scorso. Il ravennate è stato in corsa per il titolo sino all’appuntamento finale di Losail, nel quale ha ceduto le armi al compagno Krummenacher in un duello snervante. Federico ha perso, però è stato il migliore italiano in Supersport delle ultime stagioni, Ha lasciato il posto a Locatelli: l’attuale leader del Mondiale potrà riportare in patria un alloro che manca da un vita?

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