Alex Polita proprio non ne voleva sapere. Il numero 1 appena appiccicato al cupolino della sua Suzuki, doveva essere immediatamente rimosso, perché non si sentiva meritevole del titolo Stock 1000 anno 2006. Il Team Celani stava festeggiando il (teorico) traguardo a Imola, ma l’allora ventiduenne pilota di Jesi cercava, invece, nei cassetti del box l’originario 53, ritenuto dal marchigiano il più giusto di quel particolare momento: “Io lo dissi subito a tutti – Alex racconta il retroscena – che non avrei messo il numero del vincitore sulla tabella della GSX-R. Per me non doveva essere una vera conquista del campionato quella di Imola, perché Luca Scassa era stato, teoricamente, squalificato. Avevo specificato che desideravo giocarmi il titolo sul campo e ad armi pari; a me non interessava un numero uno frutto di problemi altrui”.

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"Io e il team svolgemmo un gran lavoro"


Le sorti del campionato si decisero comunque in pista.

“A Magny-Cours, ultima tappa, io e la squadra ricevemmo l’aggiornamento della classifica a pochi minuti dal via. La squalifica di Scassa era stata revocata e il discorso titolo rimaneva aperto. Io stavo male, arrivavo da un infortunio e sentivo dolore a spalla e polso. Vinsi il campionato in Francia perché mi sentivo bene in quella situazione, il Team Celani era una famiglia, sia in pista che nel paddock. Daniele e i ragazzi mi hanno coccolato, per me è stato speciale lavorare e correre per loro, nell’esperienza agonistica migliore della mia carriera. In più, avevo pensato anche allo sconfitto”.

Ti riferisci a Scassa?

“Sì, Luca era nel 2006 ed è tutt’oggi un vero amico. La storia della squalifica non mi era piaciuta affatto, anche perché lui non c’entrava. A Magny-Cours Scassa si ritirò per una rottura della sua MV e io, a fine gara, gli diedi un passaggio sulla mia Suzuki. In quel momento condividemmo la gioia per il successo e ka delusione della sua disfatta. Eravamo uniti e affiatati”.

Affiatamento che avevi anche con la GSX-R 1000.

“Avevamo svolto un bel lavoro nel periodo invernale, andando spesso in pista per importanti test di sviluppo. Nel precampionato spendemmo molte energie nella messa a punto. Ricordo di aver girato a Valencia quasi dieci volte prima del round inaugurale, Daniele investì tanti soldi e io ricambiai con l’impegno, dando il massimo in ogni sessione di prove”.

Eravate sempre la squadra da battere.

“È vero, in pista determinammo la differenza rispetto ai rivali, ma fu il frutto di un risultato proveniente dall’inverno. Ponendo bene i tasselli al loro posto, in gara fu meno complicato fare bene. La nostra stagione ha goduto di una grandissima preparazione, di qualità”.

Com’era la Suzuki?

“Gli avversari erano convinti che io vincessi grazie a una moto nettamente superiore. In realtà, la differenza è da ricondurre al fatto che Celani portasse in pista ogni tre gare una Suzuki completamente nuova. Motori freschi e tutta la componentistica aggiornata. Quella era la vera Stock 1000, in cui il pilota poteva determinare il risultato, IL GLADIATORE se ben aiutato dal team. Era il caso nostro, Daniele mise impegno nel progetto e, tutti insieme, si raccolse quanto seminato”.

Ci hai messo del tuo?

“Finalizzai quanto costruito dalla squadra, in un lavoro di gruppo nel box. Io e la GSX-R 1000 costituivamo un tutt’uno. Ciò che riuscivo a fare, agli altri sembrava fantascienza. Ricordo che a Misano arrivavo alla staccata del Tramonto con la forcella a pacco e il posteriore a bandiera. In sella ‘giocavo’, mi sentivo in forma e quello stato di grazia era possibile grazie al tempo speso nei test di preparazione alla stagione”.

Eri veloce e spettacolare.

“Tenevo la moto ‘per le corna’. Il carattere del quattro cilindri di Hamamatsu si dimostrò ruvido, soltanto io nella Stock 1000 e Troy Corser in Superbike riuscivamo a sfruttarne il potenziale. L’australiano aveva nella sua categoria il Mondiale 2005, io nella mia il titolo europeo 2006. Facevo fumare la ruota posteriore in accelerazione; con la Suzuki ti sentivi un gladiatore nell’arena, dovevi combatterci per domarla. Mi divertivo e ne ho tratto grandissime soddisfazioni”.

Soddisfazioni anche dai colleghi.

“La più grossa soddisfazione era incontrare Troy Bayliss nel paddock e scambiare opinioni su come fossero andati i rispettivi turni di prove. In quel 2006 ero diventato ‘Il Pirata’, soprannome a cui sono stato affezionato per gran parte della mia gioventù”.

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